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da "Quasi Sedici!" - Romanzo per ragazzi (13 - 16 anni),
Edizioni EEE-book, Torino 2011

Uno

FRANCESCA E LUCIA

Fino a quel giorno Francesca ne aveva combinate di tutti i colori, ma questa le mancava proprio. Prima di allora, infatti, non le era mai successo di ritrovarsi all'una di notte in un commissariato di polizia, guardata a vista dallo sguardo accigliato di un agente pieno di sonno. Non c'erano riviste da sfogliare in quella spoglia sala d'aspetto e la stretta panca su cui stava seduta non avrebbe potuto essere più scomoda. Dopo due ore d'attesa si sentì il fondoschiena piatto come un asse da stiro, ma non appena accennò ad alzarsi per sgranchire le gambe, il poliziotto la fulminò con lo sguardo.
Seduta! — le intimò.
Ma io... — provò a protestare lei massaggiandosi una natica indolenzita.
Seduta! — ripeté l'agente con l'aria di chi non ammette repliche.
Raramente Francesca subiva un'imposizione senza protestare. Chiunque provava a contrapporsi a lei, madre, insegnante o amica che fosse, si trovava impelagato in una lunga ed estenuante discussione alla quale non c'era modo di mettere fine se non con l'imbestialirsi o con il cedere. Quella volta, però, Francesca comprese subito che non era né il momento né il luogo per piantare una grana e si rimise a sedere senza fiatare.
Il poliziotto di guardia aveva l'aria assente di chi sogna la fine del turno di notte per rifugiarsi sotto le lenzuola. Un sogno talmente reale, che ogni tanto perdeva il controllo delle palpebre e le lasciava calare sugli occhi per qualche istante, in perfetta sincronia con il mento che gli pencolava sul petto. Il distacco dalla realtà durava non più di due o tre secondi, poi se ne rendeva conto, si scuoteva e si guardava attorno con aria colpevole. Gettava furtivamente lo sguardo sulla ragazza e, vedendola ancora al suo posto, tirava un sospiro di sollievo. Se fosse dipeso da lui, l'avrebbe sbattuta in cella di sicurezza senza pensarci due volte, ma il commissario aveva il cuore troppo tenero, e ora era compito del povero agente tenerla d'occhio in corridoio in attesa che qualcuno si facesse vivo a riprendersela. A un tratto, in uno dei suoi piccoli cedimenti al sonno, l’agente iniziò perfino a russare e Francesca si lasciò sfuggire una piccola risata, dimenticando per qualche istante dove si trovava e perché.
Che ridi a fare? — la rimproverò il poliziotto tornando improvvisamente in sé.
Il sorriso della ragazza si spense in un nanosecondo. Quell'uomo aveva ragione, non c'era proprio niente da ridere. Una pattuglia l'aveva beccata con due amici mentre scorrazzavano in auto a più di cento all'ora in pieno centro, e nessuno di loro aveva la patente. Non poteva averla Francesca, poco meno che quindicenne, ma nemmeno i due ragazzi che lei credeva più grandi e che invece avevano appena diciassette anni, nonostante le arie da uomini fatti e vissuti che si erano dati quando li aveva conosciuti nel cortile della scuola qualche giorno prima.
Il titolare dello studio di architetti in cui lavorava mamma Lucia aveva il pallino di discutere di importanti questioni di lavoro attorno al tavolo di un noto ristorante e capitava spesso che la donna uscisse di sera lasciando da sola Francesca. La ragazza ne approfittava alla grande e, appena la madre se ne andava, sgusciava fuori di nascosto anche se era buio pesto. Finora era sempre riuscita a rientrare prima di lei, infilandosi sotto le coperte e fingendo di dormire come un angioletto innocente, ma quella sera le era andata male.
La pattuglia aveva inseguito i tre ragazzi per le strade di mezza città come fossero pericolosi delinquenti e quando, finalmente, li aveva costretti ad accostare, si era verificato un fulmineo e confuso movimento all'interno della macchina che uno dei due maschi aveva sottratto di nascosto al padre. I poliziotti si erano avvicinati cautamente con le armi in pugno, ma avevano trovato vuoto sia il posto di guida, sia quello accanto, mentre i tre amici, pigiati sui sedili posteriori, li sbirciavano con l'aria più innocente del mondo.
Gli agenti non avevano gradito lo scherzo. Francesca era stata fermata assieme ai compagni, caricata sulla volante della polizia, portata in commissariato, trattata come una criminale e perquisita da una poliziotta perfino dentro le mutande per controllare che non nascondesse della droga. Che vergogna!
Mezzanotte era ormai passata e della madre di Francesca non si vedeva nemmeno l'ombra. Il suo capo pretendeva che durante le cene di lavoro i collaboratori spegnessero i cellulari e Lucia si dimenticava sistematicamente di riaccenderlo, così l'agente di guardia aveva dovuto accontentarsi di lasciarle un messaggio sulla segreteria telefonica di casa.
I due amici se n'erano già andati da un pezzo, presi in consegna dai rispettivi genitori. Uscendo dal commissariato scuri in volto, i loro familiari avevano gettato uno sguardo truce su Francesca, attribuendole la colpa di tutto, come se una ragazzina di neanche quindici anni fosse davvero in grado di traviare due ragazzi di quasi diciotto.
Cosa ci si può aspettare da una come lei che porta il cognome di sua madre?
No, in realtà non l'avevano detto, ma Francesca era sicura che l'avessero pensato. Così sicura che lei stessa, a volte, tentava di giustificare la propria irrequietezza agli occhi di mamma Lucia attribuendone la causa all'assenza di un padre. Era sicura, infatti, che una figura paterna sarebbe riuscita a contenere la sua esuberanza di adolescente inquieta. Era solo un alibi, lo sapeva benissimo, ma come argomento da opporre a Lucia non faceva una grinza e lo tirava fuori a ogni litigio.
Per quanto riguardava la presenza materna, invece... beh, si poteva definire madre quella casinista che si ritrovava per casa? Francesca se lo chiedeva spesso. Più che una madre, infatti, la sua sembrava una sorella maggiore rompiscatole che cercava disperatamente di imporle regole che lei stessa non riusciva mai a rispettare. Lucia era sempre di corsa e si fermava solo per rimproverare la figlia per quel che faceva e non faceva. Con la presenza di un uomo in famiglia le cose sarebbero andate diversamente, Francesca ne era sicura e fantasticava attorno a quadretti familiari molto simili a quelli che vedeva negli spot pubblicitari, con padre, madre e figli sempre felici e contenti di fare colazione con una famosa marca di biscotti, o pranzare in perfetta armonia con un certo dado da brodo.
La minestrina fatta con il dado era la base dell'alimentazione di casa Martini. Lucia lo metteva dappertutto risparmiando, forse, solo il caffè-latte e il tè, nella vana speranza che la sua insipida cucina si arricchisse di un po' di sapore. La donna era sicuramente brava come architetto, ma come casalinga e cuoca era una vera catastrofe. Per fortuna un paio di volte alla settimana andavano a pranzo o a cena dalla nonna e ogni tanto Maria Dolores, la colf colombiana, si impietosiva e si metteva ai fornelli preparando qualche gustoso piatto sudamericano. A prestare fede alla pubblicità, con tutto quel consumo di dadi, tra lei e sua madre avrebbe dovuto regnare un'armonia e una concordia invidiabili. Tuttavia l'unica cosa in cui sembravano andare d'accordo era nel finire ogni volta a litigare su tutto e per tutto.
Francesca aveva smesso da un pezzo di giocare con le bambole, ma alla bimba calma e riflessiva, un po' ingenua e pacioccona che era stata, si era sostituita in breve tempo una creatura inquieta e con una gran voglia di crescere. Come un serpente durante la muta, la ragazza tentava in tutti i modi di scrollarsi di dosso ogni traccia dell'infanzia, ma era costretta a un'interminabile e quotidiana polemica con la madre che si ostinava a vedere in lei sempre la stessa graziosa bambolina che era stata da piccola. Eppure Francesca, ormai, era alta come sua madre tanto che, pur essendo più esile, avrebbe potuto usarne il guardaroba, anche se difficilmente si sarebbe messa addosso quei tailleur sobri ed eleganti da professionista in carriera. Non avrebbe mai rinunciato, infatti, alle mini e ai jeans a vita bassa che portava abitualmente, nonostante gli inefficaci rimbrotti materni.
Madre e figlia apparivano per il resto quasi come due gocce d'acqua: stesso ovale delicato del viso, stessa carnagione pallida, stessi tratti regolari, stessi grandi occhi castano chiari e stessi capelli, castani come gli occhi, con in più un'impercettibile sfumatura di rosso che Lucia amava accentuare con civetteria grazie ai sapienti ritocchi del parrucchiere di fiducia. Un miope avrebbe potuto scambiarle per due gemelle, ma mettendosi gli occhiali si sarebbe accorto di qualche lieve differenza negli zigomi, nel mento, nelle sopracciglia e nelle piccole ma inesorabili rughe d'espressione di Lucia, regalo non molto gradito degli anni.
La somiglianza tra madre e figlia non si limitava all'aspetto fisico. Crescendo, infatti, Francesca aveva rivelato un carattere molto simile a quello di Lucia, caparbio, spigoloso e poco incline al compromesso. La somiglianza era letteralmente esplosa all'inizio dell'adolescenza e Lucia si rammaricava di non riuscire più a riconoscere nella figlia la piccola e adorabile Paciocchi, nomignolo che le aveva dato quand'era ancora poco più che poppante e sembrava pacifica, serena e tonda come una pallina. Adesso che era cresciuta, Francesca appariva a volte alla madre come un'intrusa odiosa e intrattabile che girava ciondolando svogliatamente per casa, studiava poco e male, aveva un pessimo rapporto con il mondo degli adulti e possedeva una straordinaria predisposizione per mettersi nei guai.

(...)

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