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da "Il sogno di Federico"
Edizioni Raffaello
,
Ancona, 2018

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UN NUOVO COMPAGNO IN SECONDA C

“Epifania tutte le feste le porta via” dice il proverbio e anche il 7 gennaio di quell'anno la Seconda C della scuola secondaria inferiore “Peter Pan” dovette dare l'addio a quindici giorni di pranzi in famiglia, interminabili sedute di tombola, abbuffate di torrone, panettone e pandoro, distribuzione di regali, mance degli zii, gite in montagna, grandi dormite e play station senza limiti di orari con amici e cugini.
I caloriferi erano bollenti, ma quella mattina in classe c'era lo stesso un gran gelo. Durante le vacanze di Natale il riscaldamento della scuola era stato spento, le pareti stentavano a riscaldarsi e ci sarebbe voluto qualche giorno per far tornare confortevole la temperatura. Erano parecchi, tuttavia, a sudare freddo lo stesso.
Una buona parte della Seconda C, infatti, aveva rinviato di giorno in giorno l'esecuzione dei compiti per casa illudendosi di avere a disposizione un sacco di tempo ma, a forza di prendersela comoda, l'ultimo giorno di vacanza era arrivato a tradimento e gran parte dei compiti era rimasta incompiuta. Chi l'avrebbe sentita la professoressa Grisetti, insegnante di lettere? Per non parlare del professor Rizzetto, docente di matematica, della Luciani, di inglese, e di tutti gli altri insegnanti della Seconda C? Quella del 7 gennaio avrebbe potuto essere davvero per molti una mattinata di terrore.
— Ciao ragazzi, come sono andate le vacanze? Che avete fatto di interessante? — chiese la Grisetti dopo l'appello e venti mani si alzarono con un sincronismo perfetto.
“Se riusciamo a distrarla con le chiacchiere sulle feste, forse si dimentica dei compiti” pensarono tutti quelli che non avevano la coscienza a posto.
— Bene, e ora passiamo ai lavori per casa — dichiarò la Grisetti alla fine della chiacchierata. Una buona metà dei suoi allievi fu colta dal panico, ma proprio in quel momento si verificò qualcosa che distolse almeno per qualche istante l'insegnante dal dispensare rimproveri, note e brutti voti. Qualcuno, infatti, bussò alla porta e furono in molti a illudersi di veder comparire la bidella Odilla con una circolare ministeriale che decretava l'abolizione perpetua e retroattiva dei compiti per casa. Non si trattava, però, di quell'armadio di donna che era l'operatrice scolastica, spauracchio di tutti i ragazzi della scuola e forse anche dei professori e perfino del preside. No, ad affacciarsi sull'uscio dell'aula fu un ragazzo biondo e gracile, pallido in viso e con gli occhi di un blu intenso, seduto su una sedia a rotelle spinta da una bella signora sui quarant'anni.
— Mi scusi per il ritardo — si giustificò la donna. — Siamo stati trattenuti in segreteria perché mancavano dei documenti. Lui... lui è Federico De Bortoli — concluse, accennando al ragazzo.
Ecco a chi apparteneva il nome sconosciuto che a settembre, alla prima ora del primo giorno di scuola, il professor  Rizzetto aveva pronunciato facendo l'appello.
— Chi è? Un ripetente? — si chiesero quella mattina ragazze e ragazzi scrutando la classe alla ricerca di un volto nuovo.
Nessuno rispose alla chiamata e, in corrispondenza di quel nome, l'insegnante vergò sul registro la “a” di assente. La stessa cosa si verificò il giorno dopo e i seguenti e alla fine De Bortoli Federico fu dimenticato fino a quel 7 gennaio, quando la Seconda C lo vide comparire dal nulla sulla sedia a rotelle.
— Oh, finalmente abbiamo il piacere di conoscerti! — esclamò la Grisetti scendendo dalla pedana della cattedra e tendendogli la mano. Lui la ignorò del tutto e lei rimase con la mano sospesa nel vuoto. Per qualche istante in Seconda C calò un tale imbarazzo che si poteva quasi tagliarlo con un coltello.
— Federico... — mormorò la madre mortificata e l'insegnante risolse la situazione tendendole la mano.
— Piacere, signora, io sono Lucia Grisetti, insegnante di lettere — si presentò.
— Piacere mio, Elena Somenzi — si presentò a sua volta la madre del ragazzo stringendo la mano alla professoressa. — Lo scusi, sa... è un po' spaesato.
— Non si preoccupi, è comprensibile — la tranquillizzò la Grisetti.
Tutti gli alunni della Seconda C si chiesero quale malattia costringesse il nuovo ragazzo a starsene su quel trabiccolo con le ruote e se lo domandò anche Francesca Ferrari, una ragazza minuta con i capelli neri a caschetto e gli occhi scuri come il carbone, tanto che a stento si riusciva a distinguere l'iride dalla pupilla.
Federico De Bortoli non era certo il ritratto della salute, eppure Francesca lo trovò carino. Aveva sempre pensato ai maschi come a dei bisonti rozzi e informi, capaci di esprimersi solo a rutti e spintoni, per non parlare di altre manifestazioni di origine gastro-enterica con le quali si dedicavano a interminabili gare e tornei con tanto di classifica finale e mancava solo che si premiassero l'un l'altro con coppe e medaglie.
Rimaneva un mistero per lei come facessero le compagne a prendersi delle cotte bestiali per quei discendenti diretti dell'uomo di Neanderthal, ed era la prima volta che considerava dal punto di vista estetico un rappresentante di quella sottospecie primitiva. Sì, a malincuore doveva ammetterlo: nonostante il pallore del viso, con quegli occhi blu Federico era proprio carino, peccato fosse costretto sulla sedia a rotelle. Lui, invece, sembrava infastidito da tanta attenzione e mentre la madre e la Grisetti  parlavano, fissava corrucciato il pavimento dell'aula senza degnare il resto della classe di un solo sguardo.
— Chi si crede di essere? — mormorò Giacomo Ferlini, il cui più grande divertimento era tormentare i compagni più deboli.
Francesca lo incenerì con un'occhiata e lui le mostrò la lingua. Tra loro non c'era mai stata una gran simpatia e in quarta elementare si erano addirittura accapigliati perché lei era corsa in difesa di Samir, un ragazzino di origine marocchina che il bulletto aveva preso di mira con i suoi scherzi pesanti.
Francesca era impulsiva, impertinente con gli adulti e non esitava a protestare per ogni cosa, ma era anche generosa e sempre pronta a prendere le difese degli altri. Non era tipo da farsi mettere sotto da qualcuno e quella volta la maestra fu costretta a chiamare in aiuto la bidella, perché la ragazzina si era trasformata in una furia e da sola non riusciva a staccarla dai capelli di Giacomo. Non era mai successo che il compagno scoppiasse in lacrime. Solo Francesca era riuscita a farlo piangere e da allora lui si era sempre guardato bene dal provocarla. Anche adesso che, crescendo, era diventato molto più alto e robusto di lei, continuava a tenersene accuratamente alla larga.
Prima di andarsene, la madre di Federico si avvicinò al figlio e gli fece una carezza.
— Mi raccomando... — lo esortò sottovoce. Lui alzò le spalle ed evitò di guardarla negli occhi. Lei si lasciò sfuggire un sospiro, salutò l'insegnante con un'altra stretta di mano e uscì dall'aula.
— Bene — esordì la Grisetti — e adesso, prima di metterci al lavoro, ognuno di voi si alzerà in piedi e si presenterà a Federico, così farete conoscenza.
Cominciò Carlotta che era la più vicina. Pronunciò il proprio nome aspettandosi un cenno di saluto dal ragazzo che, invece, la ignorò del tutto. Carlotta tornò a sedersi mortificata e dopo di lei, uno alla volta, si presentarono tutti gli altri; Federico, tuttavia continuò a comportarsi come se nemmeno esistessero.
— Forse è solo un po' timido... — sussurrò Francesca, rispondendo allo sguardo interrogativo di Martina, la sua amica del cuore fin dalla scuola dell'infanzia.
— Oppure, oltre alle le gambe fuori uso, ha anche qualche rotella che gli gira male! — osservò Giacomo Ferlini, senza nemmeno preoccuparsi di parlare a bassa voce.
Francesca lo incenerì con un'occhiata e per tutta risposta lui reagì con uno dei gestacci di cui era un vero specialista.

(...)

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