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da "Quattro amici e un rapimento - Storia gialla dai toni un po' neri" - Romanzo per ragazzi (11 - 14 anni),
Edizioni "Il Rubino", Napoli 2010

CAPITOLO 4

HANNO RAPITO JACOPO!

I tre ragazzi procedevano in fila indiana. Martina camminava in testa spingendo la bicicletta anche se, dopo l’intervento di Filippo, avrebbe potuto inforcarla e precedere i compagni. Jacopo la seguiva docile ed era ridiventato ottimista sulla possibile reazione della professoressa Marchi. L’insegnante avrebbe brontolato un po’, ma, influenzata da Martina per la quale aveva un debole, sicuramente si sarebbe limitata a una breve paternale. Filippo seguiva i compagni bofonchiando e prendendo a calci ogni sassolino, barattolo o cartaccia gli capitasse a tiro. Il progetto di passare mezza giornata rintanato dentro la nuova sala giochi era sfumato per colpa della Secchiona e di quella pera cotta di Jacopo. Non se l’era sentita di annoiarsi tutta la mattina da solo, ma allo stesso tempo non sopportava l’idea di averla data vinta a Martina.
— Sbrighiamoci, ragazzi! Il preside di me si fida, ma non dobbiamo esagerare con il ritardo!  — li esortò la ragazzina. Filippo avrebbe voluto invitare la compagna a piantarla con quella storia della sua familiarità con il dirigente, ma non ebbe nemmeno il tempo di aprire bocca, che un furgone bianco sbucò all’improvviso da una stradina secondaria sbandando e facendo stridere i pneumatici sull’asfalto.
— Ehi, ma che fa quello? — esclamò Filippo, rendendosi conto che il furgone puntava dritto su di loro. — Attenti! — gridò ai compagni balzando indietro. Martina lasciò andare la bicicletta e lo imitò prontamente. Jacopo, invece, restò impalato a bocca aperta, immobilizzato dallo spavento e incapace di reagire.
— Togliti! — gli urlò Martina, mentre il conducente del furgone evitava di investirlo con un improvviso colpo di sterzo e si arrestava di botto.
— Ahò! Imbecille! Ma chi ti ha dato la patente? — inveì Filippo, addossato a una rete metallica che fiancheggiava il viale. Per tutta risposta, la portiera laterale del furgone si aprì con un gran fracasso e ne balzarono fuori due uomini alti e robusti con il volto coperto dal passamontagna.
— Ma no, andiamo! Dicevo così per dire! — si schermì Filippo, temendo di essere andato giù troppo pesante, ma i due energumeni lo ignorarono e se la presero con Jacopo, afferrandolo per le braccia e scaraventandolo di peso all’interno del mezzo.
— Via, via! — urlarono balzando a bordo e richiudendo la portiera. Il furgone ripartì sgommando e si dileguò in un battibaleno svoltando in una strada laterale. Martina e Filippo si fissarono l’un l’altra sbigottiti.
— Aiuto! Hanno rapito Jacopo Ferretti! — gridò lei dopo aver superato la sorpresa e lo spavento, ma il viale era deserto e nel giro di parecchie centinaia di metri non c’erano che campi.
— Ma... ma... chi erano quelli? Dobbiamo fare qualcosa, avvertire qualcuno! — balbettò tutta agitata.
— I ca... i carabinieri! — farfugliò Filippo, con le gambe che gli tremavano, mentre un sospetto si faceva largo con prepotenza nella sua mente.
— Sì, i carabinieri! — approvò la compagna rimettendo in piedi la bicicletta. Filippo gliela strappò di mano e la inforcò. Martina balzò di traverso sulla canna del telaio e dopo aver zigzagato pericolosamente per una ventina di metri, il compagno riuscì finalmente ad assumere un assetto più stabile, dirigendosi di gran carriera verso la stazione dei carabinieri.
— Più in fretta, più in fretta! — gridò Martina.
— Faccio quel che posso! — protestò Filippo. La bicicletta era troppo piccola per lui e per di più la sella era regolata sulla statura mingherlina di Martina. Come se non bastasse, Filippo era anche impedito dalla presenza della compagna sulla canna e si trovava costretto a pedalare a gambe larghe, senza riuscire a stenderle del tutto sui pedali. In tal modo la sua andatura risultava lenta, buffa e zigzagante come quella di un ubriaco, tanto che, imboccando con discreta foga il vialetto che portava alla stazione dei carabinieri, per poco non perse l’equilibrio e non si ritrovò a fare un groviglio unico con compagna e bicicletta.
— Ehi! Dove andate? — li apostrofò un giovane carabiniere che stava entrando nella piccola stazione. — Lo sapete che non si può andare in due in bici?
— Un nostro compagno è stato rapito! — urlò Martina, mentre Filippo arrestava il vecchio catorcio aiutandosi con i piedi, poiché i freni erano pressoché inservibili.
— Che cosa? — chiese incredulo il milite. La bici finì a terra in mezzo al vialetto e i ragazzi saltarono addosso al povero carabiniere berciando assieme a gran voce.
— Ehi, piano! Parlate uno alla volta! Non vi capisco! — urlò il milite, tentando di tenerli a distanza e di calmarli.
— Che succede qui fuori? — chiese un collega più anziano facendo capolino dall’uscio dell’edificio.
— Brigadiere, non lo so! Non ci capisco niente! — rispose il giovane carabiniere.
— Falli venir dentro! — ordinò il brigadiere.
— Che c’è, che cosa è successo? — chiese l’uomo al giovane collega, non appena Filippo e Martina misero il piede all’interno della casermetta, ma i due ragazzi continuavano a parlare in contemporanea, per di più  a voce alta, e non riuscirono a farsi capire neppure stavolta.
— È scoppiata la guerra? — intervenne il maresciallo Ginestri, comandante della piccola stazione dei carabinieri di San Bortolo, facendo capolino da una stanza. Filippo e Martina lo riconobbero e si rivolsero a lui piantando in asso il brigadiere.
— Calma, calma! Spiegatevi uno alla volta! Innanzi tutto, perché non siete a scuola a quest’ora? — gridò Ginestri. Bastò questa domanda per zittire istantaneamente i due ragazzi.
— È un reato bruciare la scuola? — chiese Filippo.
— Vuoi dire darle fuoco? — chiese l’uomo aggrottando le sopracciglia.
— Ma no, vuol dire “marinare”, “bigiare” — spiegò Martina.
— Siete venuti a costituirvi perché avete marinato la scuola? — chiese l’uomo scoppiando a ridere.
— Ma no! — replicò Martina risentita. — Siamo solo in ritardo! Siamo qui per denunciare il rapimento di un nostro compagno!

— Sì! Jacopo Ferretti è appena stato rapito! — confermò Filippo.

(...)

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